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Titolo
Quanto ritenete importante introdurre l’obbligo di indicare con chiarezza sull’etichetta la provenienza del prodotto che acquistate?

 Molto
 Poco
 Indifferente



06/09/2010 @ 1.48.46
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Le quote latte non sono certamente un argomento nuovo per il nostro Paese. Se ne parla infatti dal 1984, anno in cui la Comunità Europea con un apposito Regolamento ha introdotto il “sistema delle quote latte”. Come funziona?

Il Regolamento 856/84 assegnava a ciascuno Stato Membro CEE la quantità massima di latte che poteva produrre. Lo scopo era quello di porre un freno alla produzione di latte che a livello europeo era da anni in continua crescita.

L’aumento della produzione faceva diminuire il prezzo del prodotto e, in caso di eccesso di offerta, il prezzo subiva un crollo verticale riducendo fortemente il reddito degli allevatori. In questa situazione erano soprattutto i piccoli produttori a rischiare il fallimento e la Comunità Europea aveva sul tavolo tre soluzioni possibili:

a) lasciar fallire gli allevatori; b) sovvenzionarli con fondi pubblici per farli sopravvivere; c) stabilire le quote latte, cioè fissare un limite alla produzione e rendere così più stabile il reddito degli allevatori, proteggendolo dalla diminuzione del prezzo del latte. La Comunità Europea, a torto o a ragione, scelse la terza soluzione ritenendola in quel momento il male minore.

La quota latte che la CEE ha assegnato all’Italia è stata suddivisa tra tutti i produttori e ognuno di essi ha così ricevuto la sua quota, cioè la quantità massima di latte che il suo allevamento poteva produrre e commercializzare.

Se l’allevatore superava la quota latte assegnata doveva pagare una multa, il cosiddetto “prelievo supplementare”, per ogni Kg di latte prodotto in più.

Com’è possibile individuare l’allevatore che “sfora” la sua quota latte? L’allevatore vende il latte alla latteria o al caseificio, che hanno l’obbligo di registrare quanto latte viene loro conferito; se l’allevatore, ad esempio, consegna alla latteria una quantità di prodotto superiore alla quota a lui spettante, l’esercizio trattiene dal pagamento dovuto all’allevatore l’importo corrispondente alla multa stabilita dalla Legge Comunitaria.

I limiti delle quote latte nazionali

Le quote latte diventano un problema proprio nel 1984, nel momento in cui l’Italia in una difficile trattativa con la Comunità Europea ottiene, come detto all’inizio, la sua “quota latte nazionale”. Il nodo centrale del problema era la quantità massima di latte che la CEE assegnava all’Italia, rivelatasi errata in quanto copriva poco più del 50% del fabbisogno italiano di latte, cioè della richiesta di prodotto da parte del mercato, dei consumatori. Che succedeva?

i produttori avevano una richiesta di latte superiore alle quote a loro assegnate, producevano oltre la quota prevista e quindi, ingiustamente, venivano multati. Ingiustamente perché non avevano alcuna responsabilità in merito all’errore iniziale commesso nell’assegnazione delle quote stesse.

Dal 1984 sono partite le polemiche che hanno coinvolto gli allevatori e che si sono susseguite per anni attraverso vari contenziosi con il governo, difficili trattative tra governo e UE, una vicenda interminabile arrivata fino ai giorni nostri.

La situazione era complessa: il produttore era tenuto a pagare la multa allo Stato e lo Stato era obbligato a pagare la multa all’Unione Europea. Gli allevatori, ritenendo ingiuste le quote latte a loro assegnate, sono stati sempre restii a pagare le sanzioni e questo ha scatenato il contenzioso nel corso degli anni. D’altra parte, quegli allevatori che accettavano di mettersi in regola acquistando le costose “licenze di produzione”, in pratica quote per poter produrre di più, si sentivano oltremodo danneggiati.

Quindi parte degli allevatori non pagava le sanzioni, contando anche sul fatto che lo Stato si faceva carico dei pagamenti. L’Unione Europea, tuttavia, a un certo momento non ha più permesso che le multe dei produttori venissero pagate dallo Stato perché questo significava una sorta di sovvenzione statale agli allevatori che, tra l’altro, rendeva inutile il sistema stesso delle quote.

Nel 2003 è stata deliberata una rateizzazione delle multe per consentire ai produttori che avevano sforato le quote di estinguere il debito in 14 anni a tasso zero.

Dalle proteste degli allevatori al vuoto legislativo della tracciabilità

Senza scendere nel contenzioso politico, la rateizzazione è stata proprio la base delle recenti proteste: c’era chi optava per la sospensione delle rate delle multe, e questo indubbiamente andava a vantaggio di tanti produttori di latte a rischio multa concentrati soprattutto nel Nord- Italia; altri invece erano contrari a questo provvedimento perché andava contro la normativa comunitaria ed esponeva l’Italia al rischio di una procedura di infrazione.

La complessità del problema delle quote latte è anche legata al fatto che in Italia è difficile avere una stima precisa della quantità di latte italiano effettivamente prodotto. Qualcuno, ad esempio, afferma che su 4 cartoni di latte a lunga conservazione venduti in Italia 3 arrivano dall’estero; un’ipotesi tutt’altro che fantascientifica se si considera che non c’è ancora l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tale prodotto.

Quindi torna sempre in primo piano il tema della tracciabilità e specificamente del vuoto legislativo in materia di etichettatura obbligatoria di origine di tanti nostri prodotti alimentari. Nel nostro caso, se per tutte le tipologie di latte ci fosse l’obbligo di indicazione in etichetta della provenienza, si potrebbe avere una stima più precisa del latte effettivamente prodotto in Italia e questo darebbe più forza al nostro Paese nella trattativa con l’UE per ottenere un aumento della quota latte nazionale.

Dal 2015 ritorno al libero mercato senza limiti di produzione, la nuova sfida

Nel novembre 2008 l’Unione Europea ha deciso di porre fine al regime delle quote latte, previsto nella primavera del 2015. A partire da quella data si tornerà al libero mercato: niente più limiti alla produzione, niente supermulte, niente contenziosi con l’UE, ma aziende che liberamente si confronteranno con la concorrenza.

Sarà tuttavia una medaglia a due facce: da un lato l’Autorità pubblica non si intrometterà più nel gioco della domanda e dell’offerta, dall’altro ci sarà un confronto duro sui mercati e riusciranno a vendere di più il prodotto-latte i Paesi che avranno i sistemi produttivi più efficienti, in grado di produrre con più qualità e a costi contenuti, sperando che tra questi Paesi ci sia anche un’Italia pronta a raccogliere questa importantissima sfida.

In questa prospettiva di mercato aperto alla concorrenza, il Progetto Filiera Corta, promosso dalla Regione Lazio e condotto sul nostro territorio dalle Associazioni, Centogiovani, Airp e Primo Consumo, attraverso il rapporto diretto produttore-consumatore si propone proprio di valorizzare tante piccole realtà imprenditoriali del Lazio incentivando le loro produzioni di qualità e permettendo loro di estendere gli spazi di mercato, in gran parte nelle mani delle grandi catene multinazionali dell’agroalimentare.

Tanti produttori del Lazio potranno vincere la sfida della competitività ed emergere proprio scommettendo sulla qualità dei propri prodotti e in particolare su requisiti come la freschezza e la stagionalità delle produzioni offerte ai consumatori.

L’auspicio è che una simile iniziativa si diffonda a livello nazionale perché può contribuire a risollevare le sorti della nostra agricoltura ma anche aiutare a riscoprire il valore di una cultura alimentare tradizionale fatta di genuinità, antichi sapori e legame con il territorio.

 

“Anche la prostituzione controllata e garantita protegge i consumatori”, dichiara l’avv. Marco Polizzi, presidente dell’associazione PrimoConsumo. “Questo paese ha già legalizzato il gioco d’azzardo in continuità bipartisan fra centrosinistra e centrodestra, dimostrando con dati che il gioco d’azzardo gode di un maggior controllo con le regole dello Stato ed anche le distorsioni possono essere corrette a beneficio dei consumatori che maggiormente hanno bisogno di tutele, non di divieti assurdi”. “Il mestiere più antico della storia incute ancora paura e si preferisce lasciarlo nelle mani delle organizzazioni malavitose nascondendosi dietro alla cecità di una realtà da sempre alla luce del sole, e non solo dei falò”, spiega ancora Polizzi, lasciando realtà come droga e prostituzione nell’illegalità si contribuisce ad incrementare le casse della criminalità organizzata, favorendone, paradossalmente, la dipendenza e la schiavitù”. Il presidente di PrimoConsumo sottolinea come la legalizzazione del settore “limiterebbe anche il lavoro da parte delle forze di polizia e della magistratura che potrebbero concentrarsi con maggiore efficacia nel contrasto allo sfruttamento della prostituzione minorile ed altre tipologie di crimine. Inoltre, con la regolamentazione, oltre a dover pagare le tasse, si potrebbe contare sul diritto all’assistenza sanitaria e previdenziale”. Lavorare per rendere l’Italia un paese europeo degno di un occidente avanzato pare proprio interessi a pochi, l’ennesimo esempio di ipocrisia imperante lo offre il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, la quale, in risposta all’emendamento alla finanziaria per legalizzare e tassare la prostituzione proposto dal senatore pidiellino, Lucio Malan, non ha trovato di meglio che dichiarare: “lo Stato non può sostituirsi allo sfruttatore e lucrare sui loschi traffici delle organizzazioni criminali”. “Credere chele prostitute sarebbero le prime a voler pagare le tasse, e quindi usufruire di contributi e prestazioni sanitarie, non dovrebbe apparire così utopistico ai governanti, falsi perbenisti”. Invece secondole illuminate parole del ministro Carfagna la legalizzazione della prostituzione riguarda la tratta, e non le donne che lo fanno per libera scelta. “Di certo si dovrebbe affrontare il problema della libera scelta ma abbandonandole a se stesse non si risolve il problema neanche delle escort che alla stessa categoria appartengono e con cui il Governo ha già preso confidenza”, dichiara il Presidente di Primo Consumo. “Magari se il mondo politico iniziasse a coinvolgere anche le categorie sociali interessate per capire le reali problematiche, uscendo dai palazzi e dalle auto blindate, per immergersi nella quotidianità di chi vive sulla propria pelle le infinite difficoltà di sbarcare il lunario senza poter contare sui facili e lauti guadagni offerti loro, allora si potrebbe iniziare un nuovo percorso verso un futuro leggermente migliore”. L’emendamento alla finanziaria del senatore filogovernativo, Lucio Malan si affianca alla proposta di legge della senatrice radicale Donatella Poretti, finalizzato a legalizzare e soprattutto regolarizzare in termini economici l'attività meretricia, che potrà essere svolta in forma autonoma, dipendente o associata, mirando a un gettito fiscale di un miliardo e mezzo di euro l’anno per un giro d`affari di 7 miliardi. Dai calcoli, approssimati per difetto, proposti ancora dalla Poretti si evidenziano numeri da brivido, 70mila prostitute presenti nel nostro Paese (50% straniere, 20% minorenni) per 9 milioni di clienti, costo medio per prestazione 30 euro, un giro d'affari di 90 milioni di euro al mese, oltre un miliardo l'anno. Levando a questo miliardo minorenni e straniere irregolari si arriverebbe alla cifra di 300 milioni di euro annui per un totale di aliquota al 26% di 80 milioni annui.

 

Un’infinita odissea per riuscire ad acquistare dei biglietti aerei con la nostra compagnia di bandiera, la nuova Alitalia, dalla facciata ripulita ma dalle complicazioni burocratiche sempre infinite.
Il tortuosissimo percorso si è frapposto al desiderio di un consumatore che da buon cittadino italiano ha osato favorire la compagnia aerea nazionale, accordandole una preferenza patriottica rivelatasi autolesionista. Infinite complicazioni, incomprensioni, attese, informazioni inesatte, personale poco qualificato, il tutto raccontato con dovizie di particolari in una lettera di reclamo inviata all’ufficio relazioni con la clientela dell’Alitalia. La casualità ha selezionato un consumatore più cosciente di altri dei propri diritti, il presidente dell’associazione “PrimoConsumo” che ha, doverosamente, portato a conoscenza, della fastidiosa esperienza, i cittadini-consumatori iscritti all’associazione pubblicando il reclamo sul sito web www.primoconsumo.it, nella sezione Primo Reclamo.
La denuncia di una gravissima carenza organizzativa del settore biglietteria aerea, incapace di emettere dei semplicissimi biglietti acquistati al desk, con aggravio di spesa, e non online, per “eccesso di zelo” di due genitori nei confronti del proprio figlio.
Storie di ordinaria disorganizzazione in un Paese che rende complicata qualsiasi procedura, anche la più semplice, che recluta il personale per “segnalazione” e non per preparazione, che continua a rinviare a domani quel che si sarebbe dovuto fare ieri. Che poco ascolta e sostiene il lavoro profuso dalle molte associazioni di consumatori sparse lungo la penisola. Sempre e solo tante chiacchiere ma pochi fatti.
 

 

L’associazione interattiva cittadini e consumatori “PrimoConsumo” esprime piena soddisfazione e adesione per il pronunciamento della Cassazione in merito all’annoso problema legato alla decurtazione dei punti patente al proprietario del veicolo in mancanza di identificazione del conducente al momento della trasgressione, evidenziando come circa il 75% dei ricorsi che comportavano tale decurtazione dei punti sono stati impugnati da PrimoConsumo su una motivazione del tutto analoga. I Supremi giudici hanno, infatti, sentenziato  che “senza l’identificazione del conducente autore della trasgressione e in mancanza della successiva comunicazione dei dati personali e di abilitazione alla guida, entro 30 giorni dalla notifica, da parte del proprietario del veicolo, cui il verbale di accertamento della violazione è stato notificato, non vanno decurtati i punti della patente allo stesso proprietario, ma  si applica soltanto l'ulteriore sanzione pecuniaria prevista dall'art 180 del codice della strada”. Dopo lunga attesa arriva lapronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n.16276, che modifica la sentenza per “evidente errore” del giudice di pace per non aver tenuto conto della pronuncia della Consulta del 2005, «verosimilmente non essendo ancora a conoscenza del giudicato costituzionale, pubblicato pochi giorni prima della decisione».

 

La recente sentenza n.252/10 della Commissione Tributaria Provinciale di Catania ci fornisce ancora una volta l´occasione per riflettere sulle difficoltà che il contribuente incontra quotidianamente nel dedalo delle norme tributarie.

La sentenza riguarda i termini entro cui l´Amministrazione finanziaria puo´ far valere il suo diritto di riscossione delle imposte nei confronti del contribuente.
Difatti, tra termine per l´attività di liquidazione, termine per l´iscrizione a ruolo, termine di consegna del ruolo al concessionario della riscossione e termine di notifica della cartella di pagamento al debitore, il contribuente ha senza dubbio un bel daffare per comprendere se la richiesta che gli perviene sia o meno a norma di legge.
Le varie modifiche normative intervenute nel tempo e l´intreccio delle attività dell´Amministrazione finanziaria con quelle del concessionario per la riscossione, non ha reso la vita semplice nemmeno alla Corte Costituzionale che nel 2005 è dovuta intervenire dichiarando l’incostituzionalità dell´art. 25 del DPR 602/1973 nella parte in cui non prevedeva dei termini certi per la notifica delle cartelle di pagamento, confermando così quanto già detto più volte dalla Corte di Cassazione in merito all´impossibilità di lasciare esposto il contribuente, senza limiti temporali, all´azione esecutiva del Fisco.
Da qui un vuoto normativo a cui ha fatto seguito il D.l. 106 del 2005, convertito con L. 156/2005, che ha portato alla fissazione di termini decadenziali chiari, distinti in base alla tipologia di controllo che l´Amministrazione può svolgere, ovvero liquidizione automatica, controllo formale e accertamento.
Dunque, dopo svariate versioni di questa e di altre norme (disposizioni transitorie, rinvii, rimandi, termini definiti semplicemente esortativi, ordinatori o di mero valore interno all´amministrazione), grazie soprattutto al ruolo svolto dai giudici tributari di tutti i livelli, si è giunti ad una definizione di termini certi entro cui la pretesa fiscale può essere fatta valere dal Fisco, a pena di decadenza.
Resta il dubbio del perchè, se tutto era così chiaro già dal 2005, la Commissione Tributaria Provinciale di Catania si è trovata oggi a dover dichiarare illegittima l´iscrizione a ruolo avvenuta nel 2008 per imposte del 1997, con buona pace dei principi della chiarezza degli atti amministrativi e della collaborazione tra Amministrazione finanziaria e il contribuente!

Avv. Ivana Quarta, consulente tributario associazione PrimoConsumo

 

Il destino della mozzarella sembra quello di continuare a riempire le pagine di cronaca dei quotidiani, almeno per il periodo estivo. Tornata prepotentemente alla ribalta con il caso delle “mozzarelle blu”, di questo prodotto nostrano si continua a parlare, ma non per le sue qualità di formaggio leggero che spinge i nutrizionisti italiani ad inserirla tra i prodotti consigliati per una sana alimentazione, quanto piuttosto per quella caratteristica tecnologica che si chiama “filatura”. Il dott. Giuseppe Lai, biologo-nutrizionista, consulente dell’associazione “PrimoConsumo”, offre una spiegazione del “mistero”: “La mozzarella è, infatti, un formaggio a pasta filata ma pare che, secondo quanto denunciato da molti consumatori, specie nel Meridione, questa fondamentale proprietà sia andata perduta. Una spiegazione?  Al posto del latte, la materia prima naturale, per fabbricare il prodotto viene usata della cagliata congelata proveniente dall’estero, in particolare Est Europa, che, opportunamente lavorata, assume la forma di una mozzarella. Ma la superficie, spugnosa nel prodotto genuino, diventa liscia e compatta nella “pseudo mozzarella” che oltretutto…. non fila! Insomma, l’ennesima beffa al “made in Italy”. La soluzione? Attribuire, per legge, la denominazione di “mozzarella” esclusivamente al prodotto ottenuto dal latte, con la sola aggiunta del caglio necessario per realizzare il prodotto stesso. Ma anche introdurre, finalmente, l’obbligo di indicare con chiarezza sull’etichetta la provenienza del prodotto e dare qualche certezza in più a tutti noi consumatori.”

 

Come da consuetudine, del dopo esami di maturità, si ripropone, per la moltitudine di neo diplomati, l’annoso dilemma amletico della scelta dell'Università. Una scelta da ponderare e maturare, secondo logica, anche, e, soprattutto, in base ai dati reali sulle possibilità occupazionali e reddituali del titolo di studio sul quale si investiranno preziosi anni di sacrifici intellettivi ed economici. Statistiche che dovrebbero essere fornite alle famiglie non in modo tale da creare vere e proprie illusioni occupazionali.

Un grido di allarme in favore dei giovani viene lanciato, nel deserto dell’indifferenza mediatica, dal segretario nazionale del sindacato veterinari liberi professionisti (Sivelp), dott. Angelo Troi, con il richiamo all’opinione pubblica ed, in particolare, alle associazioni di consumatori come Primo Consumo, per allertare i neo diplomati e le loro famiglie sul drammatico momento occupazionale vissuto dal nostro Paese.  Primo Consumo ne raccoglie l’appello e intende farsi interprete di questa esigenza, sicuramente sentita in vari ambiti, per evitare che la formazione di milioni di giovani venga tradita nelle aspettative, risultando un fallimento occupazionale.

In merito al settore veterinario, il dott. Troi evidenzia che “il numero di medici veterinari in Italia è eccessivo, sicuramente pochissimi saranno assorbiti da una Sanità Pubblica sempre più in difficoltà. Abbiamo il 40% dei professionisti in questa materia laureati negli ultimi dieci anni, ed una drammatica situazione di precariato; si aggiunga a questo che la facoltà di Medicina Veterinaria è una delle più costose per lo Stato. Quindi la disoccupazione di un laureato rappresenta un danno doppio, per l'individuo e per la collettività.  Sollecitati da una quantità di situazioni segnalateci, chiediamo, come sindacato di categoria, che le famiglie possano disporre di informazioni oggettive ed indipendenti da quelle dell'Università, per garantire correttezza dei dati.

Il settore veterinario è solo la punta di un iceberg che propone un panorama spettrale secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat dai quali si riscontrano sempre più disoccupati tra i giovani italiani. L'Istituto nazionale di statistica certifica che per il terzo mese consecutivo il tasso di disoccupazione a maggio 2010 si conferma stabile all'8,7%, restando però sui valori più elevati dall'inizio del 2004. Aggiungendo che rispetto a maggio dell'anno scorso il tasso aumenta di 1,2 punti percentuali. Il numero di persone in cerca di occupazione diminuisce di un irrisorio 0,1% rispetto ad aprile, ma cresce del 15,5% nel confronto con maggio di un anno fa: in totale 2,173 milioni. Dati fortemente negativi per i giovani. A maggio di quest’anno il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 29,2%, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad aprile e di 4,7 punti su base annua; è il dato peggiore dal 2004.

 

Scritto da Giuseppe Lai, biologo nutrizionista, consulente Primo Consumo

E’ di qualche giorno fa una proposta della Commissione Europea che prevede di indicare nell’etichetta dei prodotti alimentari il cosiddetto “miglior profilo nutrizionale”, in base al quale vengono fissate le quantità di alcuni nutrienti per ogni 100 grammi di prodotto. Il provvedimento propone, in particolare, il limite massimo di 10 g. per gli zuccheri, 4 g. per i grassi saturi e 2 mg di sale e tutti i prodotti che superano tali quantità non possono essere oggetto di messaggi promozionali o salutistici.

La proposta ha scatenato la reazione dell’azienda Ferrero che, nella persona del suo vicepresidente Francesco Paolo Fulci, ha dichiarato che questo voto dell’UE, se confermato, potrebbe mettere fuori legge la Nutella e la stragrande maggioranza dei prodotti dolciari, che non rispettano tali limiti. La stessa nutella, secondo Fulci, porterebbe in etichetta l’indicazione “favorisce l’obesità” o verrebbe magari tassata, come previsto in Romania.

Un provvedimento che pretende di stabilire, per pochi nutrienti, un profilo nutrizionale valido per tutti gli alimenti è privo di qualsiasi validità scientifica, perché farebbe una selezione tra alimenti buoni e cattivi che non ha alcun fondamento e pertanto risulterebbe diseducativo per la popolazione. Il vero problema di questi nutrienti, come del resto chiaramente indicato nelle linee guida per una sana alimentazione italiana, sono le dosi: per zuccheri, dolci, sale, le indicazioni già esistono e i consigli sono quelli di moderare le quantità, ma sempre nell’ambito di un’alimentazione varia ed equilibrata. Il punto fondamentale non è tanto fissare per legge i limiti di qualche nutriente, ma piuttosto dare al consumatore una informazione nutrizionale chiara e completa nelle etichette ed educare il consumatore stesso alle regole del mangiar sano.

Per tornare al caso specifico della nutella le “giuste quantità” rientrerebbero nella porzione tra i 20 e i 30 grammi, messa in commercio dalla stessa azienda Ferrero.

Una ricaduta negativa del provvedimento, qualora approvato in via definitiva dall’UE, sarebbe quella di mortificare numerosi prodotti della nostra migliore tradizione gastronomica, che non sarebbe più possibile pubblicizzare con dichiarazioni sulla salute o sulle sostanze nutritive. Pensiamo ad esempio al Parmigiano o al Pecorino, prodotti che hanno ottenuto da tempo il marchio di qualità: su di essi verrebbe applicato il bollino rosso perché ricchi di grassi, dimenticando che forniscono un apporto di calcio importantissimo per la mostra alimentazione. Al contrario avrebbero il bollino verde le bibite light, delle quali si può fare tranquillamente a meno.

 

 
Il caso della “mozzarella blu”, alla ribalta della cronaca degli ultimi giorni, rende sempre attuale il problema dell’origine dei nostri prodotti alimentari.
Il biologo, Giuseppe Lai, esperto nutrizionista e responsabile settore alimentare dell’associazione PrimoConsumo, spiega: “Che il colore anomalo del formaggio sia dovuto all’aggiunta intenzionale di una sostanza in grado di svelare la polvere di latte, di probabile origine tedesca, con cui è stata fabbricata la mozzarella o che sia legato ad altri interventi sul prodotto, il problema di fondo non cambia: manca ad oggi nel nostro Paese una etichettatura chiara e completa di tutti i prodotti alimentari che garantisca i consumatori sulla tracciabilità, cioè sull’origine e sul percorso che i nostri prodotti hanno seguito dal “campo” alla “tavola”.
Il caso “mozzarella blu” è dunque l’ennesimo di una lunga serie che la cronaca riporta alla nostra attenzione ormai da diversi anni, su cui peraltro incide più di un fattore.
Spiega ancora il dott. Lai: “Vi è sicuramente un problema di filiera: troppi i passaggi dei nostri prodotti dalla materia prima alle nostre tavole, tanti gli intermediari che, nel caso dei prodotti importati, rendono molto lunga la strada percorsa. E questo aumenta le possibilità di intervenire illegalmente sui prodotti con frodi, sofisticazioni, falsificazioni del “made in Italy” e in tutto questo è sempre il consumatore finale a farne le spese.
Una possibile soluzione può essere offerta dalla cosiddetta “filiera corta”: si riducono i passaggi di mano dal produttore al consumatore, il prodotto arriva prima sulle nostre tavole e siamo più sicuri della sua origine. Attraverso il dialogo diretto con i produttori possiamo avere tutte le informazioni su ciò che intendiamo acquistare. Recandoci in un Farmer Market in città o associandoci in Gruppi di Acquisto, noi consumatori oltre all’origine, possiamo saperne di più sulle caratteristiche dei prodotti, sulla loro qualità e genuinità, diventando consumatori più informati e più consapevoli dei nostri acquisti”.
Secondo il biologo di PrimoConsumo: “Anche il Legislatore deve fare la sua parte. Un segnale incoraggiante viene dal Parlamento Europeo, che ha votato a favore dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza per una lunga serie di prodotti alimentari. In Italia il Senato ha approvato il disegno di legge sull’etichettatura obbligatoria di origine degli alimenti e si attende ora il si definitivo della Camera dove il provvedimento è all’esame della Commissione Agricoltura”.
 

In merito al comunicato sul “concordato multe prorogato al 30 giugno, ancora dubbi e incongruenze su modalità di pagamento”, Equitalia Gerit, agente pubblico della riscossione, al fine di ristabilire una corretta informazione, ha voluto fare delle precisazioni che noi accogliamo e volentieri pubblichiamo nel segno di una precisa collaborazione. “Per prima cosa – si legge nel documento inviato dalle Relazioni esterne di Equitalia Gerit SpA - il documento inviato per l’adesione al concordato è una semplice comunicazione con la quale si informa il cittadino della possibilità di definire in via agevolata il pagamento di vecchie multe elevate fino al 31 dicembre 2004. Non è, quindi, una cartella di pagamento.
Rispetto al “caso emblematico” (pagamento agevolato per due sanzioni, una delle quali annullata con sentenza) denunciato dal presidente di Primo Consumo, non è corretto affermare che Equitalia non consente di pagare solo quella dovuta. Basterebbe leggere la comunicazione inviata per “scoprire” che: “Qualora Lei intenda aderire solo parzialmente alla definizione agevolata e quindi decida di pagare solo una o più sanzioni amministrative, ma non estinguere l'intero debito, il pagamento dovrà essere effettuato esclusivamente presso gli sportelli Equitalia Gerit Spa”.

La terza precisazione, infine, riguarda la possibilità di far valere i propri diritti in maniera più semplice. Lo scorso 6 maggio, Equitalia ha emanato una direttiva che permette ai cittadini che hanno un documento che comprovi che il debito richiesto non è dovuto di non doversi recare più dall’ente creditore, ma di presentare una autodichiarazione all’Agente della riscossione che sospenderà la riscossione e interverrà presso l’ente”.

 

Il concordato” dei debiti derivanti da infrazioni al codice della strada accertate sino al 31.12.2004 sarà prolungato sino al prossimo 30 giugno, grazie anche alle pressanti sollecitazioni da parte delle associazioni dei consumatori. Una scelta quasi obbligata quella adottata dall’amministrazione capitolina dopo l’infinita serie di problematiche emerse nelle scorse settimane, denunciate da Primo Consumo, che hanno evidenziato come la “sanatoria” fosse stata attuata con troppa superficialità, tralasciando di chiarire evidenti contraddizioni.

Il presidente dell’associazione, avv. Marco Polizzi, evidenzia come “anche le informazioni fornite dal numero dedicato 060606 non sempre si sono rivelate utili a dissolvere i dubbi proposti dai contribuenti inondati da cartelle, spesso ripetitive o, peggio, richiedenti importi già pagati o non dovuti per sentenza divenute definitive del Giudice di Pace, o, ancora, per prescrizione.  Caso emblematico quello occorso ai legali di Primo Consumo, che si sono trovati di fronte ad una cartella che proponeva il pagamento agevolato per due sanzioni; una delle quali, però, risultata annullata da sentenza.

Spiega ancora Polizzi: “Equitalia non ci consente di pagare quella dovuta in misura agevolata e sospendono, senza chiarire i tempi, l’intera agevolazione. Quando il termine scadrà e loro riattiveranno la cartella, il consumatore, che si è rivolto alla nostra associazione per l’assistenza legale, si vedrà piombare sulla testa un fermo amministrativo del veicolo per la sanzione che non hanno consentito di pagare in misura agevolata? Oppure Equitalia pretende che si paghi la sanzione annullata insieme a quella agevolata? In tal caso l’agevolazione sarebbe da ritenersi semplicemente una bufala autorizzata”

Confusione, molta confusione, come spesso accade nel nostro Paese quando si tenta di risolvere anni di arretrati, spesso difficilmente riscuotibili, con mini sanatorie già complicate dalla scelta stessa delle terminologie: “definizione agevolata”.

Dai dati forniti dal comune di Roma le proposte di pagamento inviate sono state 235 mila, le stime prevedono un ritorno di adesioni tra il 30 e il 35% pari a circa 70 mila contribuenti. Una percentuale che ha già portato nelle casse comunali circa 11 milioni di euro e che mira ad aumentare con la proroga fino ad almeno 15 milioni. Ossigeno per le asfittiche risorse economiche dell’ente locale capitolino che, vista sfumare l’Ici sulla prima casa, tenta una manovra diversiva con il concordato, minacciando di inasprire le sanzioni ed i metodi coattivi di riscossione, dopo il 30 giugno, contro gli irriducibili.

La Gerit, continua il presidente di Primo Consumo, non andrà per il sottile e, se necessario, arriverà anche a pignoramenti parziali sullo stipendio perché se errare è umano, ma solo per i contribuenti, perseverare è diabolico, specie quando i conti segnano rosso fisso.

Le associazioni di consumatori, Primo Consumo tra queste, hanno lanciato dei forti segnali sulle nebulose modalità di pagamento, come la mancata attivazione della posta elettronica certificata per il servizio contravvenzioni, e sulla necessità di rendere più semplice far valere i propri diritti, quando supportati da documenti comprovanti la decaduta validità della richiesta, quali ad esempio sanzioni definite con sentenze passate in giudicato, in pratica pagamenti non dovuti. L’esperienze dirette, proprio di recenti sentenze passate in giudicato che hanno annullato le sanzioni, ottenute da Primo Consumo, possono testimoniare la situazione vigente. Molti cittadini utenti si rivolgono alla nostra associazione, conclude l’avv. Polizzi, dopo aver pagato una multa, seppur certi di non doverlo fare, per evitare complicazioni peggiori, e chiedono aiuto per recuperare la somma versata indebitamente, attraverso le procedure per chiedere giudizialmente il rimborso del denaro, questo percorso comporta ulteriori lungaggini burocratiche che contribuiscono a paralizzare la macchina amministrativa, quando sarebbe molto più semplice ed economico per tutti attivare meccanismi moderni come le reti telematiche per collegare tra loro i diversi uffici competenti in materia. Questa sarebbe una spesa davvero utile”.

 

Per fortuna!, si potrebbe affermare con un pizzico di sarcastica ironia, siamo in tempo di crisi, o forse no?. A leggere i dati emersi dalle ultime valutazioni fornite dall’Osservatorio «Prezzi e Mercati» di Indis, Istituto dell’Unioncamere, che raccontano di aumenti vertiginosi, praticamente, in qualsiasi settore della nostra economia, sembrerebbe di poter dire che la crisi fa comodo solo per giustificare la perdita di milioni di posti di lavoro. Alla faccia della crisi e di chi la vive quotidianamente stringendo la cinghia per poter resistere. Tanto per cominciare sono rincarati del 30% le tariffe per i rifiuti solidi urbani e per l’acqua potabile.  Poi, grazie all’infinita scalata dei prodotti petroliferi, 16% in un anno, tutto si è adeguato verso l’alto, nell’ultimo quinquennio le tariffe pubbliche sono cresciute del 15%, cinque punti in più rispetto al tasso ufficiale di inflazione, le tariffe postali +13%, le tariffe autostradali +15%, quelle ferroviarie +26%, i trasporti marittimi +38%. Ma il tutto, sommato insieme, non riesce ad impensierire il record battuto dalle assicurazioni. Dal 1996 al 2009 i prezzi in Italia sono aumentati del 131,3%, contro il 35,3% della zona euro, quasi un centinaio di punti percentuali di differenza in più. Ma la cosa che continua ad apparire più strana è che ad accorgersi di questi “insignificanti” aumenti continuano ad essere solo le associazioni dei consumatori che quotidianamente si prodigano a predicare nel deserto, troppo spesso, inascoltate dai cittadini che chiedono tutto e subito ma non vogliono rinunciare a nulla.

 
Per dirla alla De Gregori: “Viva L’Italia”, quella delle auto blu, delle leggi ad personam, dei privilegi riservati a certe categorie, degli immobili “scontati”, delle depenalizzazioni. O forse potrebbe aiutarci uno slogan pubblicitario ad effetto: “ Ai politici piace vincere facile”. Sembrerebbe proprio così dopo l’approvazione dell’emendamento, sfacciatamente “pro domo sua”, presentato dal senatore del Pdl, Cosimo Gallo ed approvato dal Parlamento, che garantisce l'esenzione dal ritiro dei punti della patente per gli autisti di auto blu, in pratica l’immunità a qualsiasi tipo di infrazione al codice della strada.
Beati gli autisti delle auto blu perché da oggi il loro regno saranno le strade ed autostrade. Nessun dorma, tra la moltitudine di umani automobilisti perchè il pericolo corre sulle strade d’Italia.
“Credo che di ciò il Paese si debba vergognare, - dichiara con amarezza Marco Polizzi, presidente dell’associazione “PrimoConsumo”, - l’unica cosa che il Parlamento  dovrebbe fare, è una legge che preveda maggiori responsabilità per gli uomini dello Stato e quindi per il Personaggio pubblico istituzionale di turno a cui viene affidato il privilegio di macchina ed autista che deve per legge rispondere solidalmente dell’obbligazione di pagamento della sanzione, ed, inoltre, se è presente nella vettura al momento dell’infrazione deve essere considerato solidalmente responsabile dei danni prodotti a terzi cittadini e, per presunzione,  l’andamento contro norma  della vettura deve essere ritenuto a lui attribuibile con le dovute conseguenze di legge anche sulla sua patente; ovviamente fatte salve  le comprovate  ragioni di servizio e la prova contraria. Esempi non privilegi.
“A cosa serve parlare di sicurezza sulle strade, di maggiore severità nel far rispettare il codice, di tolleranza zero, - continua l’avv. Polizzi – quando per giustificare le corse sfrenate delle auto blu verso aeroporti, porti, abitazioni balneari e quant’altro desiderino raggiungere rapidamente, tutto viene concesso agli autisti della “Nomenclatura”? Come deve comportarsi il cittadino qualunque quando suo malgrado si trova lungo lo stesso percorso di una di queste auto, rischiando di essere investito ed abbandonato al suo sfortunato destino?
 In Italia le vetture di servizio sono ben 626 mila, dieci volte più delle 72 mila che circolano negli USA, delle 61 mila di Francia, 55 mila del Regno Unito, 54 mila della Germania o delle misere 22 mila del Portogallo. Poi si parla di fare economia e ridurre le spese delle amministrazioni pubbliche.
La nuova norma è un vero e proprio incentivo alla violazione sistematica del codice della strada, spingendo gli autisti a compiere manovre sempre più azzardate, sicuri dell’immunità e mettendo a rischio la vita di pedoni e automobilisti non privilegiati.
Sono sufficienti, conclude il presidente di “PrimoConsumo”, le norme già esistenti per tutelare chi guida, per esempio spiegando con motivazioni  fondate la violazione per evitare il taglio dei punti. Con la nuova norma non si porrà alcun freno a richieste improprie da parte dei politici agli autisti. La nostra associazione si batte da anni per il rispetto dei cittadini e ritiene intollerabile dover continuare a protestare per ottenere pari dignità per tutti.  Crediamo sia lecito domandarsi e far riflettere sulla filosofia che anima chi propone queste modifiche, a proprio uso e consumo, in danno dei meno privilegiati che rispettano le norme e la sicurezza e che dovrebbero essere tutelati e garantiti da coloro che hanno eletto rappresentanti del popolo in Parlamento."
 
 

Definita come la panacea ai grandi malesseri che pervadono storicamente la pubblica amministrazione, la neonata Posta elettronica certificata, ribattezzata PEC, ha già creato scompiglio dopo appena pochi giorni dalla sua entrata in servizio.

Il presidente dell’associazione di utenti e consumatori “Primo Consumo, avv. Marco Polizzi, evidenzia la difficile situazione legata al disservizio PEC: “Il Comune di Roma ha annunciato, attraverso la viva voce del primo cittadino, Gianni Alemanno, di averla già attivata per 22 tipi di certificati anagrafici on line (tra i quali nascita, matrimonio, residenza), offrendo la possibilità, tramite il portale capitolino, di iscrivere i bambini agli asili nido, rivolgersi ai servizi sociali e all'Avvocatura comunale.

Peccato che la PEC, forse per distrazione o dimenticanza o per ritardi procedurali, al momento, non risulti ancora attiva per il servizio contravvenzioni. Così viene risposto, lo abbiamo constatato anche noi di Primo Consumo, alle numerose telefonate di cittadini al numero del Comune, 060606, tempestato di chiamate per informazioni sull’invasione di comunicazioni inviate da Equitalia Gerit per la definizione agevolata, denominata eufemisticamente “concordato”, dei debiti derivanti da infrazioni al codice della strada accertate sino al 31.12.2004”.

Il presidente di “Primo Consumo” spiega che: “Migliaia di cittadini si vedono recapitare svariate centinaia di euro di richiesta di pagamenti, relativi anche a sanzioni definite con sentenze passate in giudicato, in pratica pagamenti non dovuti; senza poter disporre, nel momento di necessità, di un mezzo di comunicazione semplice come la PEC, malgrado la previsione di legge. Per cui sono ancora costretti ad affidarsi alle solite “obsolete” raccomandate, (la posta elettronica certificata è gratis), affrontando ulteriori spese e, vedendosi obbligati, per poter aderire entro i termini, al pagamento agevolato, che scade il 15 maggio, a dover “scegliere” di pagare anche la multa, seppur certi di non doverlo fare, per evitare complicazioni peggiori, e poi, se ne hanno ancora voglia, per recuperare la somma versata indebitamente, andare da una associazione di consumatori al fine di attivare le procedure per chiedere giudizialmente il rimborso del denaro. L’esperienze dirette, di recenti sentenze passate in giudicato che hanno annullato le sanzioni, ottenute dalla nostra associazione, possono testimoniare quanto affermato”

Non mi sembra pretenzioso, conclude l’avv. Polizzi, chiedere all’assessore ai Servizi Tecnologici, Enrico Cavallari, di volersi adoperare per attivare in tempi brevissimi la PEC anche per il servizio contravvenzioni e di valutare la possibilità di differire i termini di scadenza del “concordato” per venire incontro ai cittadini, e sono davvero moltissimi, ancora alle prese con le procedure, non semplicissime, previste dall’amministrazione capitolina”.

 
Di Primoconsumo (del 29/04/2010 @ 16:05:40, in Eventi, cliccato 84 volte)

Primo Consumo informa gli associati che sono da oggi attivi i seguenti servizi:
•       Modello 730
•       Modello Unico
•       Compilazione modello ISEE
•       Modello RED
•       Calcolo ICI
•       Modello per le detrazioni d'imposta
E’ inoltre possibile l’esame della situazione del contribuente presso Gerit, Agenzia Entrate, il recupero dell’iva sulla tassa sui rifiuti (tarsu) e la predisposizione di ricorsi e istanze di rateazione. Per informazioni ed appuntamenti telefonare negli orari di apertura della segreteria.