
Le quote latte non sono certamente un argomento nuovo per il nostro Paese. Se ne parla infatti dal 1984, anno in cui la Comunità Europea con un apposito Regolamento ha introdotto il “sistema delle quote latte”. Come funziona?
Il Regolamento 856/84 assegnava a ciascuno Stato Membro CEE la quantità massima di latte che poteva produrre. Lo scopo era quello di porre un freno alla produzione di latte che a livello europeo era da anni in continua crescita.
L’aumento della produzione faceva diminuire il prezzo del prodotto e, in caso di eccesso di offerta, il prezzo subiva un crollo verticale riducendo fortemente il reddito degli allevatori. In questa situazione erano soprattutto i piccoli produttori a rischiare il fallimento e
a) lasciar fallire gli allevatori; b) sovvenzionarli con fondi pubblici per farli sopravvivere; c) stabilire le quote latte, cioè fissare un limite alla produzione e rendere così più stabile il reddito degli allevatori, proteggendolo dalla diminuzione del prezzo del latte. La Comunità Europea, a torto o a ragione, scelse la terza soluzione ritenendola in quel momento il male minore.
La quota latte che la CEE ha assegnato all’Italia è stata suddivisa tra tutti i produttori e ognuno di essi ha così ricevuto la sua quota, cioè la quantità massima di latte che il suo allevamento poteva produrre e commercializzare.
Se l’allevatore superava la quota latte assegnata doveva pagare una multa, il cosiddetto “prelievo supplementare”, per ogni Kg di latte prodotto in più.
Com’è possibile individuare l’allevatore che “sfora” la sua quota latte? L’allevatore vende il latte alla latteria o al caseificio, che hanno l’obbligo di registrare quanto latte viene loro conferito; se l’allevatore, ad esempio, consegna alla latteria una quantità di prodotto superiore alla quota a lui spettante, l’esercizio trattiene dal pagamento dovuto all’allevatore l’importo corrispondente alla multa stabilita dalla Legge Comunitaria.
I limiti delle quote latte nazionali
Le quote latte diventano un problema proprio nel 1984, nel momento in cui l’Italia in una difficile trattativa con
i produttori avevano una richiesta di latte superiore alle quote a loro assegnate, producevano oltre la quota prevista e quindi, ingiustamente, venivano multati. Ingiustamente perché non avevano alcuna responsabilità in merito all’errore iniziale commesso nell’assegnazione delle quote stesse.
Dal 1984 sono partite le polemiche che hanno coinvolto gli allevatori e che si sono susseguite per anni attraverso vari contenziosi con il governo, difficili trattative tra governo e UE, una vicenda interminabile arrivata fino ai giorni nostri.
La situazione era complessa: il produttore era tenuto a pagare la multa allo Stato e lo Stato era obbligato a pagare la multa all’Unione Europea. Gli allevatori, ritenendo ingiuste le quote latte a loro assegnate, sono stati sempre restii a pagare le sanzioni e questo ha scatenato il contenzioso nel corso degli anni. D’altra parte, quegli allevatori che accettavano di mettersi in regola acquistando le costose “licenze di produzione”, in pratica quote per poter produrre di più, si sentivano oltremodo danneggiati.
Quindi parte degli allevatori non pagava le sanzioni, contando anche sul fatto che lo Stato si faceva carico dei pagamenti. L’Unione Europea, tuttavia, a un certo momento non ha più permesso che le multe dei produttori venissero pagate dallo Stato perché questo significava una sorta di sovvenzione statale agli allevatori che, tra l’altro, rendeva inutile il sistema stesso delle quote.
Nel 2003 è stata deliberata una rateizzazione delle multe per consentire ai produttori che avevano sforato le quote di estinguere il debito in 14 anni a tasso zero.
Dalle proteste degli allevatori al vuoto legislativo della tracciabilità
Senza scendere nel contenzioso politico, la rateizzazione è stata proprio la base delle recenti proteste: c’era chi optava per la sospensione delle rate delle multe, e questo indubbiamente andava a vantaggio di tanti produttori di latte a rischio multa concentrati soprattutto nel Nord- Italia; altri invece erano contrari a questo provvedimento perché andava contro la normativa comunitaria ed esponeva l’Italia al rischio di una procedura di infrazione.
La complessità del problema delle quote latte è anche legata al fatto che in Italia è difficile avere una stima precisa della quantità di latte italiano effettivamente prodotto. Qualcuno, ad esempio, afferma che su 4 cartoni di latte a lunga conservazione venduti in Italia 3 arrivano dall’estero; un’ipotesi tutt’altro che fantascientifica se si considera che non c’è ancora l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tale prodotto.
Quindi torna sempre in primo piano il tema della tracciabilità e specificamente del vuoto legislativo in materia di etichettatura obbligatoria di origine di tanti nostri prodotti alimentari. Nel nostro caso, se per tutte le tipologie di latte ci fosse l’obbligo di indicazione in etichetta della provenienza, si potrebbe avere una stima più precisa del latte effettivamente prodotto in Italia e questo darebbe più forza al nostro Paese nella trattativa con l’UE per ottenere un aumento della quota latte nazionale.
Dal 2015 ritorno al libero mercato senza limiti di produzione, la nuova sfida
Nel novembre 2008 l’Unione Europea ha deciso di porre fine al regime delle quote latte, previsto nella primavera del
Sarà tuttavia una medaglia a due facce: da un lato l’Autorità pubblica non si intrometterà più nel gioco della domanda e dell’offerta, dall’altro ci sarà un confronto duro sui mercati e riusciranno a vendere di più il prodotto-latte i Paesi che avranno i sistemi produttivi più efficienti, in grado di produrre con più qualità e a costi contenuti, sperando che tra questi Paesi ci sia anche un’Italia pronta a raccogliere questa importantissima sfida.
In questa prospettiva di mercato aperto alla concorrenza, il Progetto Filiera Corta, promosso dalla Regione Lazio e condotto sul nostro territorio dalle Associazioni, Centogiovani, Airp e Primo Consumo, attraverso il rapporto diretto produttore-consumatore si propone proprio di valorizzare tante piccole realtà imprenditoriali del Lazio incentivando le loro produzioni di qualità e permettendo loro di estendere gli spazi di mercato, in gran parte nelle mani delle grandi catene multinazionali dell’agroalimentare.
Tanti produttori del Lazio potranno vincere la sfida della competitività ed emergere proprio scommettendo sulla qualità dei propri prodotti e in particolare su requisiti come la freschezza e la stagionalità delle produzioni offerte ai consumatori.
L’auspicio è che una simile iniziativa si diffonda a livello nazionale perché può contribuire a risollevare le sorti della nostra agricoltura ma anche aiutare a riscoprire il valore di una cultura alimentare tradizionale fatta di genuinità, antichi sapori e legame con il territorio.

“Anche la prostituzione controllata e garantita protegge i consumatori”, dichiara l’avv. Marco Polizzi, presidente dell’associazione PrimoConsumo. “Questo paese ha già legalizzato il gioco d’azzardo in continuità bipartisan fra centrosinistra e centrodestra, dimostrando con dati che il gioco d’azzardo gode di un maggior controllo con le regole dello Stato ed anche le distorsioni possono essere corrette a beneficio dei consumatori che maggiormente hanno bisogno di tutele, non di divieti assurdi”. “Il mestiere più antico della storia incute ancora paura e si preferisce lasciarlo nelle mani delle organizzazioni malavitose nascondendosi dietro alla cecità di una realtà da sempre alla luce del sole, e non solo dei falò”, spiega ancora Polizzi, lasciando realtà come droga e prostituzione nell’illegalità si contribuisce ad incrementare le casse della criminalità organizzata, favorendone, paradossalmente, la dipendenza e la schiavitù”. Il presidente di PrimoConsumo sottolinea come la legalizzazione del settore “limiterebbe anche il lavoro da parte delle forze di polizia e della magistratura che potrebbero concentrarsi con maggiore efficacia nel contrasto allo sfruttamento della prostituzione minorile ed altre tipologie di crimine. Inoltre, con la regolamentazione, oltre a dover pagare le tasse, si potrebbe contare sul diritto all’assistenza sanitaria e previdenziale”. Lavorare per rendere l’Italia un paese europeo degno di un occidente avanzato pare proprio interessi a pochi, l’ennesimo esempio di ipocrisia imperante lo offre il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, la quale, in risposta all’emendamento alla finanziaria per legalizzare e tassare la prostituzione proposto dal senatore pidiellino, Lucio Malan, non ha trovato di meglio che dichiarare: “lo Stato non può sostituirsi allo sfruttatore e lucrare sui loschi traffici delle organizzazioni criminali”. “Credere chele prostitute sarebbero le prime a voler pagare le tasse, e quindi usufruire di contributi e prestazioni sanitarie, non dovrebbe apparire così utopistico ai governanti, falsi perbenisti”. Invece secondole illuminate parole del ministro Carfagna la legalizzazione della prostituzione riguarda la tratta, e non le donne che lo fanno per libera scelta. “Di certo si dovrebbe affrontare il problema della libera scelta ma abbandonandole a se stesse non si risolve il problema neanche delle escort che alla stessa categoria appartengono e con cui il Governo ha già preso confidenza”, dichiara il Presidente di Primo Consumo. “Magari se il mondo politico iniziasse a coinvolgere anche le categorie sociali interessate per capire le reali problematiche, uscendo dai palazzi e dalle auto blindate, per immergersi nella quotidianità di chi vive sulla propria pelle le infinite difficoltà di sbarcare il lunario senza poter contare sui facili e lauti guadagni offerti loro, allora si potrebbe iniziare un nuovo percorso verso un futuro leggermente migliore”. L’emendamento alla finanziaria del senatore filogovernativo, Lucio Malan si affianca alla proposta di legge della senatrice radicale Donatella Poretti, finalizzato a legalizzare e soprattutto regolarizzare in termini economici l'attività meretricia, che potrà essere svolta in forma autonoma, dipendente o associata, mirando a un gettito fiscale di un miliardo e mezzo di euro l’anno per un giro d`affari di 7 miliardi. Dai calcoli, approssimati per difetto, proposti ancora dalla Poretti si evidenziano numeri da brivido, 70mila prostitute presenti nel nostro Paese (50% straniere, 20% minorenni) per 9 milioni di clienti, costo medio per prestazione 30 euro, un giro d'affari di 90 milioni di euro al mese, oltre un miliardo l'anno. Levando a questo miliardo minorenni e straniere irregolari si arriverebbe alla cifra di 300 milioni di euro annui per un totale di aliquota al 26% di 80 milioni annui.


L’associazione interattiva cittadini e consumatori “PrimoConsumo” esprime piena soddisfazione e adesione per il pronunciamento della Cassazione in merito all’annoso problema legato alla decurtazione dei punti patente al proprietario del veicolo in mancanza di identificazione del conducente al momento della trasgressione, evidenziando come circa il 75% dei ricorsi che comportavano tale decurtazione dei punti sono stati impugnati da PrimoConsumo su una motivazione del tutto analoga. I Supremi giudici hanno, infatti, sentenziato che “senza l’identificazione del conducente autore della trasgressione e in mancanza della successiva comunicazione dei dati personali e di abilitazione alla guida, entro 30 giorni dalla notifica, da parte del proprietario del veicolo, cui il verbale di accertamento della violazione è stato notificato, non vanno decurtati i punti della patente allo stesso proprietario, ma si applica soltanto l'ulteriore sanzione pecuniaria prevista dall'art 180 del codice della strada”. Dopo lunga attesa arriva lapronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n.16276, che modifica la sentenza per “evidente errore” del giudice di pace per non aver tenuto conto della pronuncia della Consulta del 2005, «verosimilmente non essendo ancora a conoscenza del giudicato costituzionale, pubblicato pochi giorni prima della decisione».

La recente sentenza n.252/10 della Commissione Tributaria Provinciale di Catania ci fornisce ancora una volta l´occasione per riflettere sulle difficoltà che il contribuente incontra quotidianamente nel dedalo delle norme tributarie.
Avv. Ivana Quarta, consulente tributario associazione PrimoConsumo

Il destino della mozzarella sembra quello di continuare a riempire le pagine di cronaca dei quotidiani, almeno per il periodo estivo. Tornata prepotentemente alla ribalta con il caso delle “mozzarelle blu”, di questo prodotto nostrano si continua a parlare, ma non per le sue qualità di formaggio leggero che spinge i nutrizionisti italiani ad inserirla tra i prodotti consigliati per una sana alimentazione, quanto piuttosto per quella caratteristica tecnologica che si chiama “filatura”. Il dott. Giuseppe Lai, biologo-nutrizionista, consulente dell’associazione “PrimoConsumo”, offre una spiegazione del “mistero”: “La mozzarella è, infatti, un formaggio a pasta filata ma pare che, secondo quanto denunciato da molti consumatori, specie nel Meridione, questa fondamentale proprietà sia andata perduta. Una spiegazione? Al posto del latte, la materia prima naturale, per fabbricare il prodotto viene usata della cagliata congelata proveniente dall’estero, in particolare Est Europa, che, opportunamente lavorata, assume la forma di una mozzarella. Ma la superficie, spugnosa nel prodotto genuino, diventa liscia e compatta nella “pseudo mozzarella” che oltretutto…. non fila! Insomma, l’ennesima beffa al “made in Italy”. La soluzione? Attribuire, per legge, la denominazione di “mozzarella” esclusivamente al prodotto ottenuto dal latte, con la sola aggiunta del caglio necessario per realizzare il prodotto stesso. Ma anche introdurre, finalmente, l’obbligo di indicare con chiarezza sull’etichetta la provenienza del prodotto e dare qualche certezza in più a tutti noi consumatori.”
Come da consuetudine, del dopo esami di maturità, si ripropone, per la moltitudine di neo diplomati, l’annoso dilemma amletico della scelta dell'Università. Una scelta da ponderare e maturare, secondo logica, anche, e, soprattutto, in base ai dati reali sulle possibilità occupazionali e reddituali del titolo di studio sul quale si investiranno preziosi anni di sacrifici intellettivi ed economici. Statistiche che dovrebbero essere fornite alle famiglie non in modo tale da creare vere e proprie illusioni occupazionali.
Un grido di allarme in favore dei giovani viene lanciato, nel deserto dell’indifferenza mediatica, dal segretario nazionale del sindacato veterinari liberi professionisti (Sivelp), dott. Angelo Troi, con il richiamo all’opinione pubblica ed, in particolare, alle associazioni di consumatori come Primo Consumo, per allertare i neo diplomati e le loro famiglie sul drammatico momento occupazionale vissuto dal nostro Paese. Primo Consumo ne raccoglie l’appello e intende farsi interprete di questa esigenza, sicuramente sentita in vari ambiti, per evitare che la formazione di milioni di giovani venga tradita nelle aspettative, risultando un fallimento occupazionale.
In merito al settore veterinario, il dott. Troi evidenzia che “il numero di medici veterinari in Italia è eccessivo, sicuramente pochissimi saranno assorbiti da una Sanità Pubblica sempre più in difficoltà. Abbiamo il 40% dei professionisti in questa materia laureati negli ultimi dieci anni, ed una drammatica situazione di precariato; si aggiunga a questo che la facoltà di Medicina Veterinaria è una delle più costose per lo Stato. Quindi la disoccupazione di un laureato rappresenta un danno doppio, per l'individuo e per la collettività. Sollecitati da una quantità di situazioni segnalateci, chiediamo, come sindacato di categoria, che le famiglie possano disporre di informazioni oggettive ed indipendenti da quelle dell'Università, per garantire correttezza dei dati.
Il settore veterinario è solo la punta di un iceberg che propone un panorama spettrale secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat dai quali si riscontrano sempre più disoccupati tra i giovani italiani. L'Istituto nazionale di statistica certifica che per il terzo mese consecutivo il tasso di disoccupazione a maggio 2010 si conferma stabile all'8,7%, restando però sui valori più elevati dall'inizio del 2004. Aggiungendo che rispetto a maggio dell'anno scorso il tasso aumenta di 1,2 punti percentuali. Il numero di persone in cerca di occupazione diminuisce di un irrisorio 0,1% rispetto ad aprile, ma cresce del 15,5% nel confronto con maggio di un anno fa: in totale 2,173 milioni. Dati fortemente negativi per i giovani. A maggio di quest’anno il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 29,2%, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad aprile e di 4,7 punti su base annua; è il dato peggiore dal 2004.
Scritto da Giuseppe Lai, biologo nutrizionista, consulente Primo Consumo
E’ di qualche giorno fa una proposta della Commissione Europea che prevede di indicare nell’etichetta dei prodotti alimentari il cosiddetto “miglior profilo nutrizionale”, in base al quale vengono fissate le quantità di alcuni nutrienti per ogni
La proposta ha scatenato la reazione dell’azienda Ferrero che, nella persona del suo vicepresidente Francesco Paolo Fulci, ha dichiarato che questo voto dell’UE, se confermato, potrebbe mettere fuori legge
Un provvedimento che pretende di stabilire, per pochi nutrienti, un profilo nutrizionale valido per tutti gli alimenti è privo di qualsiasi validità scientifica, perché farebbe una selezione tra alimenti buoni e cattivi che non ha alcun fondamento e pertanto risulterebbe diseducativo per la popolazione. Il vero problema di questi nutrienti, come del resto chiaramente indicato nelle linee guida per una sana alimentazione italiana, sono le dosi: per zuccheri, dolci, sale, le indicazioni già esistono e i consigli sono quelli di moderare le quantità, ma sempre nell’ambito di un’alimentazione varia ed equilibrata. Il punto fondamentale non è tanto fissare per legge i limiti di qualche nutriente, ma piuttosto dare al consumatore una informazione nutrizionale chiara e completa nelle etichette ed educare il consumatore stesso alle regole del mangiar sano.
Per tornare al caso specifico della nutella le “giuste quantità” rientrerebbero nella porzione tra i 20 e i
Una ricaduta negativa del provvedimento, qualora approvato in via definitiva dall’UE, sarebbe quella di mortificare numerosi prodotti della nostra migliore tradizione gastronomica, che non sarebbe più possibile pubblicizzare con dichiarazioni sulla salute o sulle sostanze nutritive. Pensiamo ad esempio al Parmigiano o al Pecorino, prodotti che hanno ottenuto da tempo il marchio di qualità: su di essi verrebbe applicato il bollino rosso perché ricchi di grassi, dimenticando che forniscono un apporto di calcio importantissimo per la mostra alimentazione. Al contrario avrebbero il bollino verde le bibite light, delle quali si può fare tranquillamente a meno.
Il caso della “mozzarella blu”, alla ribalta della cronaca degli ultimi giorni, rende sempre attuale il problema dell’origine dei nostri prodotti alimentari.
In merito al comunicato sul “concordato multe prorogato al 30 giugno, ancora dubbi e incongruenze su modalità di pagamento”, Equitalia Gerit, agente pubblico della riscossione, al fine di ristabilire una corretta informazione, ha voluto fare delle precisazioni che noi accogliamo e volentieri pubblichiamo nel segno di una precisa collaborazione. “Per prima cosa – si legge nel documento inviato dalle Relazioni esterne di Equitalia Gerit SpA - il documento inviato per l’adesione al concordato è una semplice comunicazione con la quale si informa il cittadino della possibilità di definire in via agevolata il pagamento di vecchie multe elevate fino al 31 dicembre 2004. Non è, quindi, una cartella di pagamento.
Rispetto al “caso emblematico” (pagamento agevolato per due sanzioni, una delle quali annullata con sentenza) denunciato dal presidente di Primo Consumo, non è corretto affermare che Equitalia non consente di pagare solo quella dovuta. Basterebbe leggere la comunicazione inviata per “scoprire” che: “Qualora Lei intenda aderire solo parzialmente alla definizione agevolata e quindi decida di pagare solo una o più sanzioni amministrative, ma non estinguere l'intero debito, il pagamento dovrà essere effettuato esclusivamente presso gli sportelli Equitalia Gerit Spa”.
La terza precisazione, infine, riguarda la possibilità di far valere i propri diritti in maniera più semplice. Lo scorso 6 maggio, Equitalia ha emanato una direttiva che permette ai cittadini che hanno un documento che comprovi che il debito richiesto non è dovuto di non doversi recare più dall’ente creditore, ma di presentare una autodichiarazione all’Agente della riscossione che sospenderà la riscossione e interverrà presso l’ente”.

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