Il 26 novembre scorso, a Roma, una conferenza stampa ha resa nota la nascita della Fondazione Unigioco, organismo senza scopo di lucro, nato su iniziativa di Gamenet S.p.A. e dell’istituto Eurispes, che si propone l’ambizioso obiettivo di analizzare il fenomeno del Gioco nelle sue dinamiche sociali, culturali, economiche e politiche.
L'on Benvenuto, suo presidente, ne ha spiegato alla stampa gli obiettivi: "Il mondo dei giochi fa ancora i conti con il giudizio etico negativo che pesa su questo settore. Ma è evidente che esiste una contraddizione tra la pratica del gioco e la mancanza di una gestione politica più efficace viziata dal sentimento comune che ci si stia sporcando le mani. Il gioco è invece un fenomeno sociale che non va demonizzato: per questo la fondazione si propone di creare e diffondere una cultura della responsabilità diversa. Non si possono nascondere le dimensioni del fatturato e dell'indotto legati al gioco, ma è anzi necessario affrontare le sue criticità, e temi come l'illegalità e la responsabilità dei giocatori, in maniera più efficace. Scopo della fondazione sarà dunque quello - attraverso una collaborazione con Enti di formazione - di creare un strumento di approfondimento su questi temi affinché si superino certi luoghi comuni.”
Il dott. Ezio Filippone, vice presidente di Unigioco nonché Amministratore Delegato Gamenet, interviene presentando la nuova realtà nata nel settore del gioco pubblico. “Il gioco è stato negli anni bonificato, tassato e regolamentato, ora c'è bisogno di formazione e informazione corretta e precisa. Essere nella socialità è imprescindibile e c'è bisogno di avere regole certe.”
L’attenzione della fondazione si focalizzerà su temi importanti:
La legalità contrapposta alla ancora esistente evasione fiscale.
La moderazione e la sicurezza contrapposte alle varie patologie come la dipendenza da gioco.
La regolamentazione in un’ottica più ampia di trasparenza ed eticità, laddove si osservano ancora enormi lacune legislative.
Il settore ha bisogno di studiarsi, ma soprattutto di sviluppare una coscienza comune avviandosi alla tutela di un profitto generale e non meramente aziendale.
Il prof. Gian Maria Fara, presidente Eurispes nonché consigliere Unigioco, anticipa l’imminente presentazione della ricerca realizzata con il contributo dei tanti attori che operano nel mondo del gioco, i cui dati verranno resi noti solo a metà dicembre " Il settore dei giochi rappresenta la terza industria del Paese con un fatturato che entro il 2010 raggiungerà i 57 miliardi di euro, ma che deve ancora fare i conti con un sommerso che si aggira tra i 22 e i 25 miliardi di euro, ovvero circa il 50% del mercato legale”.
La Fondazione si compone di un Comitato Scientifico per lo studio di vari settori di approfondimento nei quali
spiccano:
• L’Osservatorio Internazionale sul Gioco dell’università di Salerno,presieduto dalla prof.ssa Ornella De Rosa, che con le sue 20 cattedre italiane ed europee studia e promuove la conoscenza e l’impatto del gioco pubblico in Italia e all’estero.
• Il Centro Studi sulle Ludopatie del prof. Gioacchino Lavanco che pone l’attenzione sulla tutela delle forme ludiche di gioco e ne contrasta quelle patologiche.
• Il Centro Studi sulla Legislazione Europea del prof. Ruggiero Cafari e il Centro Studi sulla Fiscalità del prof. Giuliano Tabet che ne esaminano gli aspetti giuridici, economici e finanziari.
• L’Associazione PrimoConsumo, per la tutela dei diritti
di cittadini e consumatori.
• L’Associazione Fiaba per l’approfondimento delle dinamiche legate a gioco e disabilità.
• Eurispea che si concentra sulla formazione del personale specializzato nel settore giochi.
• L’Ente FormAzione Giovani che si occupa della divulgazione e valorizzazione del settore mediante conferenze e seminari.
Una squadra ricca e variegata che si pone come trade union delle varie necessità che ruotano intorno al settore, al fine di valorizzarlo e incanalarlo in meccanismi più logici, virtuosi e trasparenti rispetto alla realtà rapsodica e frammentaria che lo ha contraddistinto fin’ora, tutelandone al contempo imprenditori e utenti.
La sede legale è a Roma in via Barberini 11.
L’avv.
“Credo molto in questo progetto e mi sono impegnato in prima persona a farne parte perché il mercato si sta aprendo a giochi sempre più aggressivi e remunerativi che potrebbero minare la sicurezza dei meccanismi di fruizione del consumatore, ad esclusivo vantaggio di interessi prettamente economici. Il controllo sui giochi da parte dei monopoli di stato ha migliorato molto la situazione, ma l’esistenza ancora di questa alta percentuale di illegalità rende necessario un controllo più puntuale, soprattutto nell’ottica di un’apertura sul fronte on-line, nel quale il controllo legale e fiscale risulta più difficoltoso.”
Un in bocca al lupo a tutti dunque, per un lavoro fruttuoso.
Dal 16 novembre Roma è ufficialmente la prima capitale Europea passata al digitale, nonché la prima senza televisione; si, perché con il segnale che passa dall'analogico al digitale, Adoc sta raccogliendo le lamentele dei romani in difficoltà: alcuni canali sono spariti e il segnale in molte zone e' debole o inesistente.
I primi a farne le spese sono gli anziani, che oltre a non capire la sintonizzazione dei canali e a scontrarsi con la moltiplicazione dei telecomandi in casa, non riconoscono e non ritrovano più i loro palinsesti televisivi. Dopo infiniti rimandi, il digitale terrestre incontra più difficoltà del previsto e che, alla fine, rischia di rivelarsi per quello che è: una tecnologia obsoleta, costosa, limitata.
La Capitale e' stata abbandonata a sé stessa. Il 25% dei televisori non ha ancora il decoder a causa della confusione che permane tutt’oggi su di essi: quelli comprati a minor prezzo non danno garanzie di affidabilità, alcuni non hanno nemmeno gli standard europei e quindi non riescono a captare le frequenze Vhf, su cui trasmette la Rai, la sintonizzazione dei canali non è semplice e molte antenne vanno sostituite o ri-orientate, e comunque liberate dei vecchi filtri.
Marco Polizzi, presidente di PrimoConsumo, afferma: “L’avvento del Digitale Terrestre ha portato problemi di investimenti (impiantarlo costa: bisogna comprare nuove frequenze, alimentare i trasmettitori, programmare nuovi decoder interattivi…); problemi economici (per mantenere attivi i trasmettitori ci vuole un enorme impiego di energia in un paese dove l'energia si compra a caro prezzo; per i consumatori inoltre sono spese su spese: nuovi decoder, nuovi televisori, costi di antennisti, elettricisti, smaltimento rifiuti particolari…); problemi ecologici (l'abbandono dei vecchi televisori nei cassonetti o nei parchi, in aggiunta al già considerevole inquinamento elettromagnetico). Tutto ciò ha portato –fin’ora- solo all’aumento degli abbonamenti alle piattaforme digitali private, ma che ne è della famosa “TV più bella, più interattiva, a misura di telespettatore” che hanno promesso ai consumatori?
Si apre l’era del digitale terrestre ed è guerra a cielo aperto! In un caos di decoder e programmi criptati Sky scende in campo con la Digital Key, la chiavetta che consentirà ai suoi utenti di visualizzare sul suo digitale i programmi in chiaro di Rai e Mediaset.
La Rai, cercando di frenarne l’ascesa sul mercato, vorrebbe togliere i suoi canali dall’offerta Sky circoscrivendo la sua diffusione alla piattaforma TivùSat.
Corrado Calabrò, presidente dell’Agcom, spiega che la presenza della Rai sulle piattaforme di natura commerciale è una facoltà e non un obbligo, ma che in base alle linee guida del nuovo contratto di servizio Rai 2010-2012, varate dall'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, la possibilità per la Rai di togliere i canali generalisti dall'offerta di Sky dipenderà dalla diffusione della piattaforma alternativa TivùSat, in quanto dovrà consentire a tutti gli utenti di ricevere le sue trasmissioni. In ogni caso, nella fase transitoria di passaggio al digitale (dunque fino a fine 2012), la tv pubblica dovrà essere presente su tutte le piattaforme tecnologiche, riducendo al minimo i criptaggi dei programmi
Mediaset definisce la Digital Key di Sky contraria alla normativa comunitaria e nazionale in materia di concorrenza perchè costituisce una violazione degli impegni assunti nel 2003 da Newscorp in occasione della concentrazione delle attività di Telepiù e Stream: le norme antitrust infatti non consentono a un’impresa dominante di ostacolare l’ingresso sul mercato di concorrenti mediante vendite abbinate o aggregate dei propri prodotti.
Per Mediaset, «il fine della Digital Key - che non consente l'accesso né ai servizi interattivi né ai contenuti a pagamento - è quello di frenare la diffusione sul mercato di decoder che consentano di ricevere i programmi a pagamento e i servizi interattivi di altri operatori. Il tutto evidentemente a danno dei consumatori che vedranno così limitata la loro possibilità di scelta a livello di offerta e di contenuti»fra l’altro, Sky verrebbe meno all’impegno di «non intraprendere ulteriori attività di Dtt, né come rete né come operatore al dettaglio», almeno sino alla fine del 2011, come vuole l’Europa.
L’Ad Mockridge contrattacca: la digital key «garantirà a milioni di famiglie la possibilità di fruire dell’offerta in chiaro sul digitale terrestre»; si tratta, dunque, di «uno strumento che aiuta il processo di digitalizzazione del Paese, offrendo un servizio per i consumatori in un mercato in veloce sviluppo. Uno sviluppo che, evidentemente, non è facile da accettare per un gruppo come Mediaset che per molti anni è stato, ed è ancora oggi, il principale soggetto privato operante in Italia nella televisione commerciale e dominante nel mercato della pubblicità».
Marco Polizzi, presidente di PrimoConsumo, afferma: “La Rai in quanto emittente pubblica ha il dovere di rendersi fruibile al maggior numero di utenti possibile; in tale ottica il suo criptaggio è da considerarsi un danno verso i consumatori che vedrebbero limitata la possibilità di fruire dell’unico sistema informativo sul mercato non in mano a privati; in caso contrario gli abbonati sky hanno diritto ad essere esentati dal pagamento dell'abbonamento Rai."
E’stata pubblicata oggi la decisione con la quale l’Antitrust, nella riunione del 7 ottobre scorso, ha sanzionato l’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della provincia di Bolzano per aver ostacolato la concorrenza tra i liberi professionisti. La vicenda ha radici nel 2005 quando l’Associazione Centro Tutela dei Consumatori di Bolzano (CTCU) avviava l’operazione "Prezzi Trasparenza Online" pubblicando sul proprio portale web i prezzi per le singole prestazioni di molti medici di Bolzano e provincia; su invito dell’Ordine poi, gli aderenti avevano ritrattato la disponibilità alla pubblicazione. Nel 2008 l’iniziativa ripartiva e i medici aderenti si vedevano recapitare a casa una missiva dell’Ordine «con finalità esclusivamente intimidatorie» in cui erano invitati a retrocedere dall’iniziativa per evitare gravi sanzioni disciplinari per infrazione del codice deontologico. Giudicando tale lettera «molto grave», l’Antitrust ha ora deliberato: - "che l’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Bolzano assuma misure atte a porre termine all’illecito riscontrato e che, entro novanta giorni dalla notifica del presente provvedimento, dia comunicazione all’Autorità delle misure a tal fine adottate." - "Che, in ragione della gravità e della durata dell’infrazione, venga applicata all’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Bolzano la sanzione amministrativa pecuniaria nella misura di € 5.000 (cinquemila euro)" e ha diffidato "l’Ordine dal porre in essere in futuro intese analoghe". L’avv. Marco Polizzi, presidente di PrimoConsumo afferma: "Il provvedimento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è di importanza fondamentale perché per la prima volta viene stabilito il diritto dei consumatori di poter conoscere e raffrontare i prezzi e le tariffe praticati da diversi professionisti iscritti ad albi. L’Antitrust dimostra seriamente di voler superare gli steccati corporativi della nostra società, ancora formata da camere stagne non ricettive dei cambiamenti. Gli ordini professionali non devono fungere da sbarramento alla legittima concorrenza che abbassa i prezzi ma devono impegnarsi invece a garantire più la qualità dei servizi e la deontologia offerti dai professionisti iscritti."

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